mercoledì 21 maggio 2014

osteria

Ieri sera siamo tornati a suonare, volentieri e carichi di buona energia, alla Osteria. Intendo dire quella che è l'osteria per eccellenza, l'Albero dei Pavoni, e ancora una volta mi ritrovo a pensare a quante buone vibrazioni ho portato con me le tante volte che son tornato da lì: è un luogo di confine tra presente e passato, di risate e discorsi profondi, vino e scroccadenti, e soprattutto tanta musica e tanti incontri.
Penso all'osteria e penso soprattutto all'inverno, alle persone che fumano fuori dalla porta, al silenzio ovattato della piazzetta di Montenovo. Penso anche ai Marcabrù, che ascolto magari occasionalmente ma che fanno parte della storia di quell'osteria. Fabio, storico gestore e conversatore dell'osteria, scrive parole ed idee per i Marcabrù, e di tanto in tanto mi regala qualche loro cd. Ogni volta che esce qualcosa di nuovo, lo ricevo e l'ascolto, ed è come una tacca sul bastone da passeggio, scandisce un momento che aggiungo ai miei ricordi da osteria.
La prima volta che li ascolti, con quel didgeridoo ipnotico, il suono ha qualcosa di magico. Se poi lo associ a quel borghetto sperduto sui greppi sopra Cesena, alla tanta musica folk (di cui molta Irish) suonata ed ascoltata all'Albero dei Pavoni, se poi ci metti il vino e buona compagnia, l'atmosfera rurale, intima ma popolare e di grande partecipazione nelle feste di paese, delle località sui nostri appennini, allora il tutto ha un senso, cioè una sensazione, un tracciato che parte dalle tue radici e ti porta a capire meglio dove sei ora. Oppure, se lo vuoi fare al contrario (le strade hanno sempre due sensi), da dove sei ora vai a scoprire meglio le tue radici.
La musica popolare ti fa vibrare corde di collettività e partecipazione, rinnova i suoni di oggi portandoci dentro melodie e parole del passato. Qui all'Osteria abbiamo vissuto tanti suoni; spesso erano le canzoni bellissime dell'Araba Fenice (fu quando li vidi suonare qui che mi decisi a concretizzare l'idea di fondare i Radìs), oppure i Douar Nevez e la loro eco celtica, oppure le musiche popolari di tanti angoli d'italia e anche da più lontano, oppure le tante volte che ho accordato anche io i miei strumenti... insomma c'è qualcosa di NOSTRO qui dentro, lì dentro, di cui ci riappropriamo, che condividiamo, e che prima ancora è stato lasciato lì dalla gente, dai tanti bicchieri che sbattono insieme per un brindisi, dalle parole gridate in dialetto, che così sono più allegre.

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